giovedì 13 marzo 2014

MANAGEMENT DEI TESSUTI DURI E MOLLI NELLE RIABILITAZIONI PROTESICHE DEI SETTORI AD ALTA VALENZA ESTETICA :VALUTAZIONE DI UN CASO CLINICO

In questo post voglio sottoporvi un caso clinico  cistectomia in zona mascellare anteriore, con avulsione degli elementi 21 e 22 gravemente compromessi trattato con la sistematica L-prf.
La perdita degli elementi dentari, indipendentemente dalla causa, determina sempre un’ alterazione dell’architettura tridimensionale della cresta alveolare residua, da ciò ne deriva una modifica dell’aspetto estetico e funzionale.
Attualmente possiamo eseguire numerose tecniche di gestione dei tessuti duri e molli al fine di ottenere un risultato riabilitativo su impianti e su denti naturali efficace e predicibile.
Il caso presentato è riferito ad una procedura di ricostruzione ossea e dei tessuti molli in un settore ad elevato impatto estetico.
Il paziente, M.I. di 39 anni, è giunto all' osservazione a seguito di un intervento di cistectomia in zona mascellare anteriore, eseguito nell’anno 2011 con avulsione degli elementi 21 e 22 gravemente compromessi.
Il paziente presentava all’anamnesi buone condizioni di salute generale. 
L’esame odontostomatologico non presentava alterazioni importanti.
Dall’esame parodontale è stata riscontrata la presenza di un biotipo parodontale sottile, particolarmente sfavorevole (Figura 1).



A livello del sito interessato dalla patologia cistica residuava a distanza di 6 mesi dall’ intervento un importante deficit sia verticale che orizzontale, maggiormente marcato nella zona del 21.
Le elevate aspettative estetiche del paziente, il desiderio impellente di una riabilitazione funzionale e fonetica, hanno indirizzato la scelta clinica per una riabilitazione implantosupportata di tipo fisso.
Dopo aver eseguito una ceratura diagnostica ed aver attentamente valutato gli esami radiologici di primo e secondo livello, è stato formulato il piano di cura definitivo diviso in due fasi:

FASE 1. Posizionamento di un solo impianto in posizione 22 (la scelta tecnica era dettata dal deficit osseo in posizione 21 e della necessità di non posizionare due impianti contigui in un settore ad alto profilo estetico con conseguente rischio di perdita di papilla interprossimale; tale scelta è stata suggerita anche dall’osservazione fotografica dell’andamento del profilo gengivale e delle parabole residue.
Tale scelta è stata condizionata anche dalla relazione inter-mascellare.
Contestualmente all’inserimento dell’impianto è stata eseguita la tecnica GBR con ricostruzione volumetrica ossea tridimensionale del sito ed aumento in prima battuta del design dei tessuti molli.
È stato impiegato un impianto Intra-Lock di diametro 3,75 e lunghezza 15 (Figura 2).








La tecnica è stata eseguita impiegando osso suino collage nato (Osteobiol, Tecnoss, Coazze ,TO- Italia) ed una membrana riassorbibile in collagene (Figura 3).



Il paziente è stato monitorato per 5 mesi e protesizzato mediante maryland bridge con FRC ancorato ai denti 11 e 23.
Nei mesi di follow-up il paziente è stato controllato ad intervalli periodici di 15 giorni con l’intento di condizionare i tessuti molli e costruire artificialmente un sito ovate pontic mediante modifiche sequenziali sul provvisorio.

FASE 2. Eseguita a 6 mesi dal primo intervento, ha permesso la scopertura dell’impianto perfettamente osteointegrato ed un’ulteriore correzione dei tessuti molli (in particolare a livello del sito 21 dove ancora residuava un deficit orizzontale).

Dopo aver scoperto l’impianto in posizione 22 e posizionata una vite di guarigione idonea, è stata eseguita una tecnica mucogengivale bilaminare con prelievo dal palato di tessuto connettivo e contestuale innesto nel sito ricevente opportunamante creato, incidendo con una lama 15 c fino alla linea mucogengivale( l’innesto di connettivo è stato “imbustato nelle zone da ricostruire”) (Figura 4).






Il connettivo prelevato è stato sommato a membrane di PRF, Platelet Rich Fibrin ( PRF – Intralock Europa System).
La fibrina ottenuta grazie all’assenza di anticoagulanti è totalmente naturale ed associata ai fattori di crescita delle piastrine, pertanto crea delle condizioni favorevoli alla guarigione dei tessuti molli.La fibrina è la molecola che invia nell’organismo il segnale per attirare cellule staminali e rende più efficaci i fattori di crescita.

I fattori di crescita presenti in un coagulo di fibrina sono:

A- 100% di piastrine del sangue( 100% PDGF e TGF)
B- 65% dei leucociti= PDGF,VEGF.
C-fibrina, vitronectina, fibronectina

L’utilizzo di membrane in PRF è fortemente consigliato vista la loro maneggevolezza intraoperatoria e la facile versatilità associata al sorprendente valore biologico e biochimico.
Dopo aver accuratamente suturato i tessuti e stabilizzato le membrane in PRF è stata eseguita un’impronta intraoperatoria per poter costruire un provvisorio avvitato rinforzato
con profilo predefinito alla creazione del design finale delle papille.
Si può notare a soli 5 gg l’ottimo aumento ottenuto a livello orizzontale, la stabilità dei tessuti molli ed il loro trofismo, associati ad un primo risultato soddisfacente (Figura 5 e 6).































Il condizionamento dei tessuti nella fase provvisoria rappresenta lo step essenziale per armonizzare e stabilizzare i tessuti nei primi mesi di guarigione.
L’ovate pontic viene realizzato modellando la porzione più apicale del provvisorio con forma ovoidale e la porzione vestibolare con un lieve andamento concavo, in modo tale
da sostenere i tessuti senza compressione e contemporaneamente lasciando lo spazio idoneo per la loro maturazione.

CONCLUSIONI
Il controllo del profilo dei punti di contatto e delle parabole gengivali, la modifica sequenziale con lucidatura ad intervalli di 20 giorni del manufatto, delineano l’adattamento

plastico dei tessuti ricostruiti all’emergenza dentale ottenendo nella successiva fase protesica definitiva un risultato stabile e predicibile.

Dr. Fortunato Alfonsi, Dr.ssa Tiziana Sarrocco, Dr. Antonio Barone

mercoledì 18 dicembre 2013

IMPIANTI RUGOSI Vs IMPIANTI LISCI





Credo siate tutti d'accordo con me nell'affermare l'Implantologia orale osteointegrata negli ultimi anni abbia fatto passi da gigante, difatti i recenti studi a lungo termine hanno enfatizzato le alte percentuali di successo raggiunte dalle tecniche di osteointegrazione implantare; si riportano percentuali di successo dell’80-90% a 5-10 anni nel mascellarepercentuali del 92% per il mascellare e del 94% per la mandibola a 5 anni, e del 78% nel mascellare e 
86% nella mandibola a 15 anni. 
L'implantologia orale osteointegrata ha rinnovato radicalmente la pratica odontoiatrica nel campo delle riabilitazioni protesiche. Gli impianti dentali offrono nuove possibilità di trattamento per le edentulie, sia nelle sostituzioni di un dente singolo sia nei casi di edentulia parziale che totale, rappresentando oggi una valida alternativa alla protesi fissa tradizionale. Inoltre nelle edentulie totali la riabilitazione con protesi implantare (Full-arch bridge, overdenture) rappresenta una valida alternativa per protesi più stabili con valida integrazione funzionale.

Un’attenta selezione dei pazienti, una programmazione del trattamento riabilitativo implantoprotesico con procedure di integrazione osteomirate e protesicamente guidate rendono possibile, insieme alle nuove procedure di rigenerazione ossea (GBR) per gli incrementi orizzontali o verticali di cresta, di rialzi di seno e di trasposizione di strutture quali il fascio vascolo-nervoso del canale alveolare inferiore, l’inserimento di impianti con sempre maggiori garanzie di successo anche in pazienti con volumi ossei considerati prima inadeguati 

Il successo di una protesi implantare e di una valida osteointegrazione  è valutato secondo i seguenti punti:

• assenza di mobilità dell’impianto
• assenza di radiotrasparenze perimplantari
• recessione marginale preimplantare minore o uguale a 0.2 mm/anno
• assenza di segni e sintomi di infiammazioni, infezioni, neuropatie e di lesioni delle strutture coinvolte dalle procedure chirurgico-protesiche 


LA MALATTIA PERIMPLANTARE 
(perimplantite)

Le cause di fallimento dell’integrazione implantare possono essere:

• trauma chirurgico
• infezioni
• tabagismo
• fattori biomeccanici
• patologie ossee
• patologie sistemiche

Le manifestazioni patologiche che coinvolgono i tessuti perimplantari, muco-gengivali ed ossei, hanno un’eziopatogenesi strettamente correlata alla morfostruttura anatomica ed istologica specifica degli stessi tessuti coinvolti nell’integrazione, alla morfologia superficiale della fixture ed alla precisione di accoppiamento dei componenti implantari.

Tutte queste condizioni peculiari del sito implantare fanno sì che il principale fattore eziologico della malattia perimplantare sia quello infettivo; ricerche microbiologiche e cliniche sperimentali hanno dimostrato che un efficace controllo di placca batterica riduce la possibilità di malattia perimplantare così come per la malattia parodontale 
Nel solco gengivale perimplantare sano è presente una flora batterica saprofita aerobica non mobile gram positiva mentre quella isolata in casi di perimplantite è una flora anaerobica mobile Gram negativa costituita da bastoncelli e spirochete. 

Gli impianti con superficie liscia presentano una più alta incidenza di mancata osteointegrazione precoce, mentre quelli a superficie porosa sono associati a maggior percentuale di complicanze tardive da infezione batterica.

I vantaggi che offre una superificie porosa sono enormemente maggiori di quelli offerti da una liscia,

sono dati di fatto la rugofilia delle cellule, la maggiore osteoconnessione, la maggiore ritenzione meccanica,

la secrezione del TGFβ2, un fattore di crescita coinvolto nella proliferazione e nel differenziamento degli 

osteoblasti , l’espressione dell’mRNA del RunX2

tipo II, il quale attiva i geni implicati nel differenziamento e nella mineralizzazione del tessuto osseo, 

l’espressione della BSP e dell’osteopontina, ma non dell’osteonectina.

Non a caso gli studiosi sono stati tutti d'accordo nell'eleggere le superfici rugose quali gold standard 

nell'implantologia.

A mio parere basterebbe per ovviare al problema della maggiore incidenza delle perimplantiti prendere in 

maggiore considerazione  quegli impianti come quelli della Intra-lock in cui si è data priorità in fase di ricerca 

alla precisione di accoppiamento dei componenti implantari garantendo cosi:


• la distribuzione omogenea delle forze applicate dall’abutment alla fixture e da questa all’osso perimplantare
• la preservazione del fit passivo delle componenti protesiche e del combaciamento occlusale
• l’assenza di gap tra abtument e fixture che altrimenti costituirebbe uno spazio morto non detergibile facilmente colonizzabile da parte di batteri parodontopatici e quindi perimplanto-patogeni

















L'immagine qui sopra ci mostra che una connessione che all'apparenza sembra un sigillo perfetto ad un 

determinato ingrandimento, nella realtà non lo è!

Infatti magnificando ulteriormente si nota uno spazio in cui si può annidare di tutto.





Quello che segue è uno studio che mette a confronto le tre connessioni Straumann, Nobel ed Intra-lock i cui 

risultati mettono in evidenza un sigillo ermetico da parte di Intra-lock a differenza dei suoi concorrenti che 

invece già dalle prime ore mostrano un passaggio di liquido dall'interno all'esterno dell'impianto attraverso le 

rispettive connessioni che nella bocca di un paziente rappresenterebbe un grosso rischio di infiltrazioni 

batteriche. 












Dopo 144 ore di incubazione la connessione Intra-lock ha rilasciato circa il 22% del marcatore TB, la connessione  Straumann 55%, la connessione della Nobel il 100%.


Questo il lavoro:

In vitro evaluation of the implant abutment connection sealing capability of different implant systems
P. G. COELHO*, P. SUDACK*, M. SUZUKI†, K. S. KURTZ‡, G. E. ROMANOS§ &
N. R. F. A. SILVA* *Department of Biomaterials and Biomimetics, New York University, New York, NY, †Department of Prosthodontics and Operative Dentistry, Tufts School of Dental Medicine, Boston, MA, ‡Departments of Dentistry & Otolaryngology, Montefiore Medical Center ⁄ Albert Einstein College of Medicine, Bronx, NY and §Department of Periodontology, University of Rochester School of Dentistryand Medicine, Rochester, NY, USA

Il mancato adattamento tra l’impianto e l’abutment si associa al fallimento meccanico della protesi e ad una diminuzione dell’altezza dell’osso peri implantare.
Oltre alle complicazioni biomeccaniche, un altro potenziale svantaggio che può verificarsi a causa del cattivo adattamento dell’impianto è l’insorgere d’infiammazioni nei tessuti molli circostanti i quali possono influenzare quella che è la funzione di supporto dell’osso alveolare.
In accordo con numerosi studi, la distanza tra l’impianto e l’abutment li dove dovrebbero essere in contatto,  potrebbe mettere a repentaglio il successo della terapia implantare a breve e a lungo termine a causa di sovraccarico meccanico, svitamento della connessione stessa durante la funzione ed infiammazione cronica o acuta dei tessuti peri implantari.
La spiegazione del gap, cioè quella distanza tra impianto e abutment include la: fabbricazione imprecisa di alcune parti dell’impianto, l’eccessivo torque nella fase di avvitamento dell’abutment che porterebbe ad un adattamento improprio della coppia protesica.
Prendendo in considerazione che durante tale lavoro scientifico è stata prestata particolare attenzione alla fase di adattamento e al torque applicato nella fase di avvitamento, la perdita del marker colorato è stata causata probabilmente dalla lavorazione imprecisa del piatto implantare, della parte maschia esagonale oppure della parte femmina esagonale.
Ad ogni modo la connessione impianto- abutment Intra-lock si è dimostrata la più efficace, riportando perdite minime e statisticamente irrilevanti, mentre per l’Impianto Straumann le perdite raggiungono il 55% del marker contenuto nella connessione e nell’Impianto della Nobel dal punto di vista dell’ermeticità della suddetta connessione risulta completamente fallimentare, raggiungendo una perdita del 100% del marcatore colorato contenuto nella connessione.



Concludendo... la bontà di un impianto, della sua connessione, dell'assenza di 

rilascio di fattori inquinanti nel sito ostotomico, non può prescindere da una 

corretta pratica clinica; difatti l'attenta anamnesi del paziente e dei 

fattori di rischio uniti ad un efficace controllo della placca batterica e delle 

condizioni di sterilità del campo di lavoro riducono al minimo il rischio di 

perdita degli impianti, mantenendo allo stesso tempo tutte quelle 

 caratteristiche universalmente accettate che ci hanno portato ad ottenere nel 

2013 percentuali di successo implantare del 96%.






Clinical and radiografics aspects of perimplant inflammatory disease are related to etiopatogenetic events
that give rise to perimplantitis creating criteria for proper diagnosis and prevention.

domenica 3 novembre 2013

NPT ULTRASONIC DIAMOND

Dopo aver vagato invano tra gli Stend dell' IDS di Colonia e quelli dell'ultimissimo Expo Dental di Milano, imbattendomi tra i soliti cloni asiatici, consolidate tecnologie tedesche e cose vecchie vestite di ipertecnologie inutili, finalmente una novità nel mondo dell'Odontoiatria.
Nei giorni scorsi ho avuto l'opportunità di vedere all'opera un sistema completamente innovativo
o almeno cosi mi era stato annunciato e a dire il vero è stato sorprendente rispettando i pronostici,
per me e per le "cavie", Prof e Dottori compresi, che hanno deciso di provare questo nuovo sistema commercializzato da Intra-lock International.
Il punto di forza di tale tecnologia ci spiega il Prof. AlcioneScur, sta nelle punte, un sistema brevettato importato dalla ricerca aereospaziale dell'INPE il più grande centro di ricerca aereospaziale del Sud America, che ha ricevuto il premio dell'anno per l'innovazione in Brasile.
La punta a differenza dei classici inserti è una pietra unica di diamante sintetico ottenuto per accrescimento intorno ad una barra di molibdeno un metallo più morbido dell'acciaio.


Tali caratteristiche unite ad un ultrasuono che lavora a frequenza costante permette di utilizzare tale device
in tutte le specialità dell'odontoiatria:
Conservativa, Pediatria, Endodonzia, Periodonzia, Protesica, Ortodonzia, Chirurgia.
Fino a qui sembrerebbe niente di nuovo, se non fosse che tutti gli interventi che sono stati fatti, non prevedevano l'utilizzo di anestetico, senza sangue, senza ledere i tessuti molli e senza danneggiare lo smalto.
Stiamo parlando di carie profonde, rimozioni di grosse amalgame compositi, rimozione Ipoplasie dello smalto e macchie da fluorosi, lavori sotto cuspidi mantenendo intatta la cuspide, rimozioni resina dei Bracket, cavitazione, peeling gengivale, rifinitura lavori protesici, rialzi del seno, allungamento corona clinica, apicectomia ad angolo retto, rimozione strumenti fratturati, trattamenti endocanalari con guttaperca senza lampada.
Il caso che più mi ha colpito è stato un lavoro su un bambino, che prima era tesissimo e non voleva saperne di sottoporsi all'intervento, ma dopo le rassicurazioni del Professore e non avendo visto aghi e quant'altro, si è lasciato andare e si è lasciato trattare senza alcun tipo di anestesia e senza lamentarsi per il dolore.


Il sistema garantisce le punte fino a 300 trattamenti riducendosi si di diametro, mantenedo però fino alla fine sempre le medesime proprietà di taglio e abrasione; questo perché il Diamante delle punte è una pietra unica, con una morfologia e una superficie uniforme lungo tutta la sezione non rilasciando detriti e pezzi di punta nel sito trattato.
Inoltre aumenta del 30% l'adesione del materiale da restauro sulla superficie trattata.




La costruzione di queste punte non è però utilizzabile solo con la tecnologia ultrasonica infatti sono disponibili alcune forme di frese per turbina.
Anche queste sono innovative perché la loro costruzione gli conferisce una efficienza di taglio di circa 100 preparazioni.
A Milano il giorno 18 Novembre ci sarà una tappa del tour del Prof. Alcione Scur che sta toccando tutte le città d'Italia; durante questo evento potrete provare direttamente tale sistematica e rendervi conto dei reali vantaggi di tale tecnologia.
A breve vi aggiornerò sulla location dell'evento. Per info non tardate a contattarmi il numero di posti è limitato.


--
Ing. Giuseppe Mambelli

Product Specialist

Intra-lock International Inc.

Via Marco Aurelio 8, Milano, Italy  


P: + 39  3394505521
@giuseppe.mambelli@gmail.com




venerdì 18 ottobre 2013

Un pò di chiarezza PRP, PRF, PLG, PRGF...e i l ruolo dei leucociti.


In quest'articolo, che oggi vorrei sottoporvi,
 
Scarica cliccando qui, l'articolo in lingua originale

viene fatta chiarezza sulle varie tipologie di emoderivati, e sulle varie sigle scientifiche e commerciali che sono state sviluppate negli anni.


In particolare gli autori dell' articolo sostengono che il PRGF non sia altro che una procedura manuale per il P-PRP con la differenza che quest'ultimo prevede un un moderato incremento di  piastrine.

Inoltre  la teoria che i Leucociti avrebbero un effetto proinfiammatorio non è sostenuto da evidenze scientifiche, ma si basa su un lavoro scientifico che in realtà prevedeva l'utilizzo di PRP ricco di Leucociti.

La teoria che sta alla base del L-PRF dove L sta per leucociti, prevede invece la presenza dei leucociti infatti il normale decorso che sta alla base della guarigione di una ferita è
il seguente:

La normale guarigione di una ferita viene regolata dallazione bilanciata dei fattori di crescita rilasciati dalle cellule quali piastrine, leucociti nonché altre cellule della serie bianca.

Le fasi della guarigione sono:


1) EMOSTASI: il danno dei vasi sanguigni in un tessuto vascolarizzato e la conseguente perfusione di sangue, porta alla formazione di un coagulo che oltre a fungere da tappo per il vaso danneggiato costituisce la matrice sulla quale aderiscono e migrano le cellule durante la fase di guarigione. La formazione del coagulo porta alla degranulazione delle piastrine che rilasciano importanti citochine che stimolano la differenziazione, proliferazione e migrazione di diverse cellule e fungono da chemioatrattori per i leucociti che a loro volta danno il via alla seconda tappa del processo di guarigione, linfiammazione

2) INFIAMMAZIONE: durante questa fase si ha la degranulazione leucocitaria che porta alla liberazione di due importanti fattori di crescita, EGF che stimola le cellule endoteliali e porta alla neovascolarizzazione, e IGF (Insulin like Growth Factor) presente solo nei leucociti che stimola la mitosi di fibroblasti e osteoblasti e li induce a produrre matrice extracellulare. Si forma così un tessuto detto di granulazionecostituito da fibroblasti che penetrano nella ferita seguendo i fili della rete di fibrina che
sostituiscono con miofibrille elastiche e di collagene.
Contemporaneamente sui lembi della ferita si producono abbozzi vascolari e linfatici che si allungano verso il centro fino ad incontrare gli abbozzi provenienti dallaltro

lato, si anastomizzano tra loro originando, appena diventeranno cavi, una nuova rete vascolare e linfatica. I leucociti svolgono inoltre un importante ruolo immunologico poiché difendono la ferita dalle infezioni.

3) FASE PROLIFERATIVA E DI RIPARAZIONE in questa fase tutte le cellule, stimolate dai fattori di crescita, si moltiplicano velocemente ricostituendo un tessuto del tutto simile a quello originario.

4) FASE DI RIMODELLAMENTO



I leucociti per tanto rappresentano un elemento imprescindibile dal processo di guarigione, senza il quale il processo di riparazione non avrebbe luogo, queste sono le ragioni scientificamete provate  che mi portano a credere che il sistema L-prf sia l'unico in grado di migliorare e velocizzare i normali processi di guarigione in maniera del tutto naturale autologa e senza alcuna manipolazione del sangue come previsto dalle norme vigenti.


Segue l'articolo:

Shedding light in the controversial terminology for platelet-rich products: platelet-rich plasma (PRP), platelet-rich fibrin (PRF), platelet-leukocyte gel (PLG), preparation rich in growth factors (PRGF), classification and commercialism.

 
Received 23 April 2010; accepted 24 May 2010
Published online 5 October 2010 in Wiley Online Library (wileyonlinelibrary.com). DOI: 10.1002/jbm.a.32894
Dohan Ehrenfest DM, Bielecki T, Del Corso M, Inchingolo F, Sammartino G.

J Biomed Mater Res A. 2010 Dec 15;95(4):1280-2

 
Scarica qui l'articolo in lingua originale
 




Giuseppe Mambelli.

 
 
   
 


 



 

 
 

martedì 8 ottobre 2013

L-PRF Vs PRP...due scuole a confronto





L-PRF Vs PRP

In questo Post, mi è sembrato interessante iniziare a mettere in chiaro le differenze tra le varie metodiche di produzione di emoderivati e concentrati piastrinici e alle differenze qualitative dei diversi prodotti  ottenuti in modo da rispondere anche alle domande che spesso mi vengono poste dai  medici.
Nello specifico andrò a confrontare :
L-PRF : Plasma Ricco di Fibrina e Leucociti Vs PRP: Plasma Ricco di Piastrine
 Il PRP Autologo, derivato naturale del sangue,  viene ottenuto mediante due centrifugazioni e necessita di calcio e trombina che danno luogo alla coagulazione.
Il Prp essendo un derivato del Plasma può essere conservato per alcuni giorni a -19o
L-PRF invece appartiene ad una nuova generazione di emoconcentrati che vengono ottenuti grazie ad una sola centrifugazione e che non prevedono l’utilizzo di additivi ( eparina, trombina, cloruro di calcio, EDTA) per cui il sangue non viene in alcun modo manipolato.
Altra differenza con il PRP è quella per cui l’L-PRF non è conservabile e deve essere quindi utilizzato contestualmente alla sua produzione.
La struttura dell’L-PRF riesce ad intrappolare le citochine all’interno della matrice di Fibrina mentre risultano pressochè nulle nell’essudato fibrinico e nel plasma acellulare.
Tale condizione fa si che le citochine intrappolate nella matrice fibrinica non si disperdano, bensì si attivano solo nella fase di rimodellamento della matrice cicatriziale agendo come una sorta di  drug delivery system e determinando un’azione di rimodellamento a lungo termine.
Tutt’altra distribuzione troviamo nella struttura del PRP; infatti le citochine sono presenti in grande quantità nell’essudato fibrinico e nel plasma acellulare  limitando l’effetto nel tempo delle stesse.
Inoltre la presenza di anticoagulanti (es. eparina) inibisce la cascata piastrinica che nell'L-PRF invece è presente in maniera massiva.
 
 
 
 
 

A) STRUTTURA DEL PRP

 
 
B) STRUTTURA di L-PRF
 
 
La struttura del PRP risulta inoltre meno elastica in quanto la fibrina viene polimerizzata molto velocemente mediante gli additivi, mentre il processo più lento e naturale di preparazione dell’L-PRF fa si che le citochine restino imbrigliate nella struttura, rendendola più forte ed elastica.

Tale caratteristica ci tornerà molto utile in fase di utilizzo in quanto la membrana di L-PRF è molto manneabile e soprattutto è suturabile.
Le suddette caratteristiche unitamente alla semplicità di preparazione rendono il protocollo L-PRF un sistema e un prodotto d’elezione nell’ambito della generativa evitando tutti i problemi medico-legali legati alla manipolazione e alla conservazione del sangue e dei suoi derivati.
 
 
 
 
Accelerazione dei processi
 
 
di cicatrizzazione tissutale con un
 
nuovo biomateriale: la fi brina
 
ricca di piastrine (PRF)

 
di M. Del Corso, J. Choukroun, A. Simonpieri, P. Zampetti, V. Bucci Sabbatini
 
estratto del N.4 - ANNO XXV - MARZO 2007
 

 

domenica 29 settembre 2013

Rigenerazione Tissutale In Odontoiatria Mediante L-PRF (LEUKOCYTE - PLATLET RICH FIBRIN)











Leukocyte - PLATELET RICH FIBRIN

L-PRF è una combinazione di fibrina autogena polimerizzata fisiologicamente, ricca di piastrine e leucociti1.  

Per ottenere la molecola naturale di fibrina (con struttura trimolecolare, quindi particolarmente elastica) è sufficiente prelevare in studio il sangue dal paziente con un apposito kit monouso.
Il prelievo ematico viene centrifugato all’interno di una centrifuga (certificata FDA food and drug administrtion),senza l’utilizzo di anticoagulanti in provetta e quindi senza ulteriori manipolazioni1.
L-PRF™ risulta essere l’unico concentrato piastrinico “chiuso” 2
Durante la lenta e graduale polimerizzazione, la fibrina dell’L-PRF™ ingloba al suo interno piastrine (Fattori di crescita autogeni) e leucociti (che hanno effetto regolatore nei processi angiogenetici, nonché poteri antibatterici) 3.  
A differenza di altri protocolli di emoconcentrati, l’assenza di impiego di trombina e/o Calcio 
Cloruro permette di ottenere una fibrina con una struttura molecolare fisiologica e molto elastica. 
L-PRF™ è una molecola bioattiva perché contiene i fattori di crescita ed è altamente manipolabile perché resistente e suturabile.